TRE PAROLE A CUI FARE ATTENZIONE

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Albus Silente che parla agli alunni“Le parole sono, nella mia non modesta opinione, la nostra massima e inesauribile fonte di magia, in grado sia di infliggere dolore che di alleviarlo.” Albus Silente- Harry Potter

Le parole che ti dici o che dici agli altri vanno scelte con la massima cura, proprio come se fossero delle formule magiche perché la comunicazione verbale è uno dei principali canali comunicativi con te stesso e gli altri. Ci sono delle espressioni, apparentemente innocue, che usiamo spessissimo, che sono entrate a far parte del nostro linguaggio, mutuate da filosofie, religioni, moduli educativi. Se ci fermiamo ad analizzarle, a percepirne il reale significato emotivo e le sensazioni che inducono scopriamo presto che proprio innocue non sono…Ce ne sono molte ma in questo articolo ne abbiamo voluto presentare tre a titolo esemplificativo.

  1. PROVARE A…

Meglio evitare di usare, verso noi stessi, parole come “Ci provo” oppure, verso gli altri “Prova a fare quella cosa/gesto/movimento” (ad esempio un compagno di squadra, o un atleta che alleniamo) perché questa piccola parolina (provo) ha il potere di insinuare il dubbio di poter fallire e quindi produce una sensazione di incertezza.

Quel “ci provo/ ci proverò” porta con sé il rischio di farti fallire tutte le volte che tenti di fare qualcosa e di tenerti quindi lontano dalle tue ambizioni.

Meglio dire direttamente quello che desideri o si desidera ottenere dagli altri!

mantra di Yoda da Stars WarsAd esempio: “Provo/a a battere in posto 5” diventa “Batto/i in posto 5”; “Provo/a a calciare di sinistro” diventa “Calcio/a di sinistro”; “Provo/a a colpire la palla in quel modo” diventa “Colpisco/colpisci la palla così …”.

Un allenatore con questi comandi diretti dice all’atleta cosa vuole che faccia, gli darà le istruzioni precise su quello che vuole che faccia, lo seguirà in quello che farà, e così facendo gli trasferisce sicurezza.

  1. SPERARE

Quando “speri qualcosa”, consegni automaticamente la responsabilità dei tuoi risultati, delle tue azioni, dei tuoi gesti a qualcuno o a qualcosa al di fuori da te, a qualcosa che non è sotto il tuo controllo. Sperare nasconde passività, mentre tu hai bisogno di azione e di fare in modo che più elementi dipendano da te.

I vari dizionari definiscono la parola sperare in questo modo:

attendere con animo fiducioso il realizzarsi di qualcosa.

Un atleta, un allenatore, un genitore per essere efficace ed efficiente deve saper contare sulle sue abilità in ogni contesto.

Facciamo alcuni esempi di situazioni tipiche dell’uso della parola speriamo:

“In bocca al lupo per la partita di oggi”, “Eh dai… speriamo che vada bene”;

“Mi raccomando stai concentrato domani all’esame!”, “Speriamo”

“Vai tranquillo che oggi farai bene”,” Speriamo che sia così come dici tu”.

Sono tutte situazioni che sono sotto il tuo controllo e quindi il risultato dipende dalla tua prestazione.

Se anziché rispondere “speriamo” usi frasi come queste:

“In bocca al lupo per la partita”, “Grazie, darò il massimo”;

“Mi raccomando stai concentrato domani all’esame”, “Lo farò”.

“Vai tranquillo che oggi farai bene”, “Sicuramente”.

Il tuo stato d’animo cambierà e andrai ad affrontare il “momento” concentrato sulle tue possibilità e non alla ricerca di qualcuno, qualcosa al di fuori di te.

Speriamo lo usi nelle frasi in cui, quello che succede o potrebbe succedere, non dipende da te.

Per esempio se tu ci dicessi “Domani vado al lago, speriamo che ci sia bel tempo”; in questo caso andrebbe bene, perché il tempo (fino a prova contraria!) non è sotto il tuo controllo.

Sperare e provare sono allora parole da cancellare?

Certo che no! Però meglio limitarsi a “sperare che nevichi” e lasciamo “provare” gli altri….

  1. NON

Il nostro cervello, ad un primo livello di pensiero, non elabora le informazioni date sotto forma di negazione. 

Questa è la dimostrazione che il nostro cervello non riconosce la negazione e per non pensare a qualcosa, prima prende l’immagine con tutto il suo carico emozionale, e poi con molta fatica ci mette una X sopra e cerca di cancellarla. Ma ormai il danno è fatto! L’emozione è partita ed è molto più facile cancellare l’immagine che l’emozione collegata all’immagine stessa.

Le emozioni sono scatenate dall’immagine evocata dal pensiero, non dal pensiero in sé. E il pensiero si forma attraverso le parole. Il nostro cervello è un soldato addestratissimo, ubbidiente e si farà in quattro per mandarci le immagini e le emozioni collegate alle parole che diciamo o ci dicono. Per cui quando dici al tuo atleta o a tuo figlio per esempio: “non sbagliare”, il suo cervello farà di tutto per mandargli immagini e le emozioni collegate di errori da lui commessi. Cosa hai ottenuto così? Che il tuo atleta/figlio si sta focalizzando sull’errore. Era questo che volevi? Immagino di no!

Quindi tutti i comandi che dai ai tuoi giocatori, ai tuoi figli che iniziano con il NON, ad esempio “non mollare, non sbagliare, non aver paura di”, instillano in loro, nella migliore delle ipotesi il dubbio, più spesso la sensazione che tu, allenatore o genitore, non abbia fiducia in lui e che stai già pensando all’evento negativo.

Cosa fare? Cosa dire?

Sicuramente scapperà il NON. Verifica se in queste espressioni ci siano dei comandi negativi e girali al positivo. Allenati ad usare i nuovi comandi, ma poiché l’abitudine è una gran brutta amica, sicuramente ti scapperà il non!  Niente paura. Quando ti renderai conto di averlo detto, rinforzalo subito con la stessa espressione in positivo. Esempio: Non molliamo …. (oopss l’ho detto) DAI TENIAMO DURO (il teniamo duro con più enfasi). Dare sempre comandi, istruzioni e incoraggiamenti al positivo.

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